Quello che nessuno dice del food delivery

30.03.2019


Ingredienti

  • 1,1 miliardi di giro d'affari nel 2018;
  • 4 grandi piattaforme di food delivery;
  • 10.000 rider;
  • 7 milioni d'utenti;
  • 7-8 canali diversi per ricevere gli ordini.

Mescolate il tutto e lasciate lievitare del +70% nel corso del 2019 (dati Coldiretti).

Quello che otterrete è il ritratto del food delivery come lo conosciamo oggi. Incredibile no?

Un aumento del 70% delle consegne a domicilio è un numero impressionante, sul quale vanno fatte riflessioni profonde e attente per capire come si sta trasformando il mercato.

Per avere un quadro più chiaro di quali siano stati gli impatti sulla ristorazione e sulle abitudini dei consumatori, ci siamo confrontati con Eleonora Bove - CEO di Deliverart, un software in cloud dedicato proprio alla gestione del food delivery.


Il boom del food delivery

Chi ordina cibo a casa ha ormai l'imbarazzo della scelta. Sia per l'enorme varietà di prodotti, sia soprattutto per l'offerta di servizi a disposizione. Il digitale ha rivoluzionato profondamente il settore della ristorazione, riscrivendo le regole di questo settore.

Chi lavora con le consegne a domicilio deve districarsi in una crescente quantità di canali dai quali ricevere gli ordini: le piattaforme di food delivery infatti si sono aggiunte ai tradizionali telefono e sito web.

Il paradosso del digitale

"Quello che nessuno dice del food delivery" ci racconta Eleonora, "è che esiste una moltitudine di canali diversi dai quali oggi i ristoratori ricevono gli ordini. Un device dedicato per ogni servizio di consegna (sic!), ai quali poi si affianca l'insostituibile telefono."

La coesistenza di più piattaforme di delivery infatti - anziché accompagnare i ristoratori alla modernizzazione del loro lavoro - ha finito con l'interessare esclusivamente il cliente finale, creando un caos nei flussi di lavoro.

Questi device di ricezione inoltre non comunicano tra di loro e costringono i ristoratori a dare la giusta priorità agli ordini manualmente, creando una crescente complessità dei flussi di lavoro.

Il ristoratore deve infatti costantemente evitare il rischio che gli ordini siano presi in sovrapposizione e che la cucina vada in sovraccarico.

I ristoratori devono riprendere il controllo del proprio business

Dall'essere assoluto protagonista del food, il ristoratore oggi ne è divenuto un mero ingranaggio. 

Affidare le proprie consegne a piattaforme terze, sebbene allarghi il proprio bacino di utenza, si traduce sul lungo periodo con la perdita delle redini della propria attività.

Le maggiori piattaforme infatti hanno modelli di business basati su una percentuale di ordini che transitano attraverso il loro sistema. Purtroppo in un mercato inflazionato come quello della ristorazione a domicilio, dove anche un margine minimo fa la differenza, è difficile poter parlare di successo del digitale se i costi da sostenere per avere più clienti sono così alti.

È vero che il bacino di utenza si è allargato, ma conviene sul serio spendere tempo e risorse per consegnare un ordine ad un cliente che si trova dall'altra parte della città e che forse non ordinerà mai più?

Per non rischiare di privilegiare la quantità sulla qualità, come suggerirebbe la gig economy, al ristoratore non resta che recuperare il controllo del proprio business, abituandosi a raccogliere e analizzare i propri dati, fidelizzando i clienti e imparando dai propri errori. 

Solo così potrà avere successo in un mercato così competitivo.

Basta dare un'occhiata ai dati di Unioncamere-Infocamere per sapere che il 75% dei ristoranti che vengono aperti chiudono nell'arco di 5 anni e addirittura quasi la metà lo fa entro i 3 anni dall'apertura. In un mercato così in forte crescita e che oggi vale 1.1 miliardi è quasi paradossale immaginare attività che abbassano la saracinesca.

A vantaggio di chi sta avvenendo tutto questo?

A buon ristoratore, poche parole.



Eleonora Bove, CEO di Deliverart, software in cloud dedicato alla gestione del food delivery        www.deliverart.it