Andrea Fontana: io non avrei neanche chiesto i 600 euro!!!

10.04.2020

In questi giorni, in seguito al decreto liquidità emanato dal nostro governo per far fronte all'emergenza economica derivante da quella pandemica, ha trovato largo spazio su vari portali di informazione una lettera di una ristoratrice italiana rivolta al presidente Giuseppe Conte.


Con molta probabilità vi sarà capitato di leggerla ma a scanso di equivoci andiamo ad esaminare i passaggi principali di questa lettera.

"No grazie, Signor Presidente, un altro mutuo non voglio accenderlo mi basta quello che ho. Avrei voluto continuare a lavorare ma non mi resta che tenere giù la serranda e chiedere il reddito di cittadinanza... "
"Il nostro è un mestiere difficile, fatto di sacrifici pesanti, lavoriamo 15 ore al giorno, spesso non si dorme la notte perché l'ansia ce lo impedisce, perché a gennaio si inizia già a pensare alla banchettistica delle ricorrenze primaverili e all'estate,perché ti svegli di soprassalto chiedendoti se ti sei ricordato di ordinare tutte le materie prime ai fornitori..."
"Noi siamo quelli che abbiamo messo in ballo tutto ciò che avevamo sul nostro lavoro e non abbiamo avuto paura ad indebitarci. Noi siamo quelli che a fine mese facciamo il gioco delle tre carte per pagare..."
Premesso che il messaggio, probabilmente (o perlomeno lo spero), sia stato creato per provocare, ciò che mi preoccupa è l'enorme reazione da parte del popolo delle partite iva che ne è scaturita.

Lo so che spesso mi tocca il ruolo del papà cattivo che attraverso modi un po' bruschi tenta di correggere atteggiamenti sbagliati dei propri figli ma è ciò che impone il mio mestiere e ciò che mi sento di fare per il vostro bene.

Per questo l'articolo di oggi non vuole essere, nella maniera più assoluta un articolo contro la lettera in questione né tanto meno contro la ristoratrice che l'ha scritta (e a scanso di equivoci non è a favore di scelte politiche delle quali non voglio parlare nella maniera più assoluta).


L'articolo di oggi vuole essere contro un modo di pensare e di fare impresa tipica dei piccoli imprenditori del nostro paese, ristoratori compresi.

Anzi, probabilmente questo settore rispecchia molto meglio di altri questo tipo di mentalità.

Sto parlando di tutti coloro che si sono buttati in questo mare senza avere minimamente idea di cosa gli si sarebbe prospettato davanti, di coloro che ci si sono buttati senza saper nuotare, di tutti coloro che ci si sono buttati con l'obiettivo di portare a casa lo stipendio senza avere padroni a cui sottostare.

Perché fare ristorazione non significa solamente regalare esperienze, sorrisi, pensare ai banchetti o agli ordini effettuati (come riporta la nostra ristoratrice nella lettera) ma anche o soprattutto saper gestire un'azienda dal punto economico-finanziario, saper creare procedure aziendali, saper gestire un gruppo di collaboratori, saper portare nuovi clienti e fidelizzarli, saper calcolare costi ed eliminare sprechi, saper massimizzare gli utili e saper guidare le scelte dei clienti, saper leggere un bilancio e redigere il business plan dell'anno successivo...in parole povere saper fare l'imprenditore.

Dalle parole della signora in questione, invece, si respira la mentalità del piccolo bottegaio (come direbbe il mio amico Emiliano Lemma) per cui si lavora 15 ore al giorno per poi fare a fine mese il gioco delle tre carte per pagare.

Una mentalità per cui si rifiuta un prestito garantito dallo stato perché ciò che si sarebbe voluto è un regalo da parte dello stato, dei soldi da non dover mai più restituire (il che in realtà è così in caso in cui non si riesce realmente a restituirli).

Una mentalità per cui si pensa seriamente che sarebbe molto più semplice mollare tutto e chiedere il reddito di cittadinanza.

Ecco, di fronte a tutto ciò io ho l'obbligo morale di dire che questo non significa nella maniera più assoluta fare impresa.

Non immaginate neanche lontanamente quante volte, di fronte alla mia idea per cui il primo obiettivo di un imprenditore deve essere quello di produrre ricchezza mi sento rispondere che si è entrati in questo mercato per "farsi lo stipendio"...mica per diventare milionari!!!

Peccato che se ti ritrovi a vivere sempre con l'acqua alla gola alla minima onda vai sotto e se vai sotto oggi e vai sotto anche domani può succedere che prima o poi affighi o che, come sta accadendo in questi giorni, arriva un'onda decisamente più alta e non hai scampo.


Ecco allora che ciò che dovreste mettervi in testa è che la solidità di un'azienda si misura proprio da questo, da quanto riesce a resistere agli scossoni del mercato, all'apertura di un nuovo ristorante, alla visita degli amici della finanza o alle dimissioni di un collaboratore.

E da oggi in poi mi piacerebbe che i ristoratori italiani misurassero il successo del proprio locale da un parametro che risponde alla domanda "quanto tempo la mia azienda potrà resistere senza fatturare nemmeno un Euro?"


E lo so cosa state pensando.

State pensando che queste sono le parole di uno spostato che ha l'unico obiettivo di vendere qualche corso o qualche consulenza.

E invece vi assicuro che là fuori c'è un esercito di imprenditori, anche nel settore della ristorazione, con degli attributi grossi come una casa e con la consapevolezza di aver fatto una scelta che li lascia completamente soli, qualsiasi cosa accada!

Imprenditori che non se ne stanno lì a cercare un colpevole su cui sfogare la propria rabbia, non se ne stanno lì ad aspettare che arrivi il Capitan America di turno a salvargli le chiappe, che non se ne stanno lì a sperare che le cose migliorino.

La conseguenza è che anche in questi giorni il loro unico pensiero è quello di capire cosa poter fare per salvare il salvabile e per tornare a combattere (quando glielo permetteranno) più forti di prima.

Nel mio ultimo articolo ho riportato il pensiero illuminato di uno dei miei studenti, Giuseppe Marras (puoi trovare l'articolo cliccando qui) e anche oggi, a dimostrazione di quel che dico, voglio riportare le parole di un altro mio studente, Andrea Fontana, titolare della trattoria Il Gabbiano a Corte s'è Cortesi (CR) che fra l'altro è una delle zone maggiormente colpite da questa emergenza.

Le sue parole sono proprio la risposta a quelle di Giuseppe Marras nel gruppo Facebook Professione Ristoratore:

"Giuseppe Marras 92 minuti di applausi!!! La penso esattamente come te.

Tanto che se non mi avesse chiamato il mio commercialista per dirmi che lo avrebbe fatto lui autonomamente e gratis, io neanche avrei chiesto i 600 euro.

Siamo imprenditori, il rischio d'impresa ci appartiene, e il coronavirus, piaccia o non piaccia, fa parte di questo rischio.

Non è colpa di Conte, del governo, della politica e di Berlusconi (lui c'entra sempre!) se è arrivato 'sto virus, e quindi "pretendere" aiuti come fanno tutti lo trovo insensato.

Il mio primo pensiero, appena la situazione qui da me si è aggravata (ormai più di un mese fa, era il 22 febbraio), è stato "sistemare" i miei 7 dipendenti. Messi loro in cassa integrazione, io sono a posto.

Non voglio niente dallo Stato, non pretendo niente.

Siamo imprenditori, il rischio è il nostro mestiere, ognuno troverà il modo di reinventarsi nel mercato che verrà, e chi non ci riuscirà fallirà (che non è mica un'onta, anzi) e ricomincerà da capo, fino a quando non troverà la propria strada.

Per questo non so neanche cosa contiene questo nuovo decreto annunciato ieri, non mi interessa.

Si pensi a gestire al meglio la situazione sanitaria, pensiamo alla salute delle persone, il resto si sistemerà tutto."

Perché ho voluto riportare queste parole?

Per dimostrare che c'è un altro modo possibile di fare impresa in Italia, che non è vero che sia impossibile avere successo, che non è assolutamente vero che o fai nero oppure il fallimento è inevitabile!

Ho voluto semplicemente dimostrare che di Giuseppe Marras e di Andrea Fontana sparsi nel nostro paese ce ne sono tanti e la mia speranza è che ce ne saranno sempre di più.

Sarò un inguaribile ottimista ma credo nella vostra professionalità, sarà il caso lo facciate un po' anche voi!